Norvegiani

"Farai e disferai in continuazione il tessuto della tua vita, in attesa di trovare la sola esistenza che ti possa appartenere davvero”.

På legevakt: gita al pronto soccorso

Per celebrare degnamente la mia prima settimana a Oslo e aggiungere un’ennesima crocetta all’elenco di esperienze norvegesi da sperimentare, oggi sono andata al Legevakt, il pronto soccorso. Ci ero già passata a Stavanger, in veste di accompagnatrice di un soggetto febbricitante, subito liquidato dall’infermiera della reception con un lapidario: stia a letto e beva molta acqua.

Prima della partenza ha cominciato a tormentarmi un fastidioso dolore sotto l’ultima costola destra (notare la padronanza linguistica in ambito medico): ogni colpo di tosse corrispondeva a una fitta, così come ogni torsione del busto e ogni allungamento delle braccia verso l’alto.

Da persona responsabile quale sono ho affrontato la situazione in modo maturo e puntuale: prima ho cercato una diagnosi su Google, che mi ha proposto una serie di situazioni limite: tumore, epatite, appendicite, frattura delle costole. Poi ho scelto la via più furba: ignoro il problema, se non ci penso non esiste. Geniale. Le fitte sono aumentate e con loro l’angoscia che le nefaste profezie di Google potessero avverarsi.

Due giorni fa ho svolto la procedura online, molto semplice, per ottenere un dottore qui a Oslo: una volta inseriti personnummer e dati personali ho selezionato il quartiere di residenza e scelto uno dei dottori presenti nella zona che, dal primo febbraio, si occuperà anche di me. Altri 15 giorni di fitte? No, non li posso sopportare.

Il legevakt di Oslo mi è stato descritto come un inferno: portati da mangiare, ricordati qualcosa da leggere, starai lì delle ore, mi avevano detto. Questa mattina ho deciso di affrontare questa nuova sfida, armata di libro e taccuino per segnare la lenta agonia delle ore in sala d’attesa.

Dalle vetrate della sala d’attesa constato la presenza di molte persone.

Sospiro piano, sennò ripartono le fitte, e varco la soglia.

h. 10,00: Sportello dell’accettazione: dati personali, medicine assunte, allergie. Poi, un’ultima domanda: sei qui per un incidente, ti sei fatta male? No, ho male, ma non è colpa mia!

Mi fanno accomodare nella parte meno affollata della sala, in attesa che venga chiamato il mio numero. Quindi tutti gli altri sono caduti? Maledetto ghiaccio!

H.10,10: Primo check. Una giovane dottoressa mi fa accomodare in uno studiolo adiacente alla sala di attesa per assegnare una priorità al mio caso. Pressione, febbre, domande più specifiche: ok, sono un codice giallo. Ci sono cinque codici, mi spiega: rosso, arancio, giallo, verde, blu e un codice a parte riservato ai bambini. Rosso equivale a pericolo di vita, arancione indica un paziente grave, che deve essere visitato entro dieci minuti. A quel punto ho gli occhi sgranati, ma lei mi rassicura: giallo significa necessità di consulto medico entro un’ora dall’accettazione. Un codice verde è un paziente malato, ma che non necessita di cure immediate, per cui l’attesa più variare. Blu equivale a due chiacchiere con la prima infermiera disponibile a consigliare i farmaci da assumere una volta tornati a casa. Devo proseguire verso la sala dei codici gialli e attendere.

H. 10,25: Un dottore si affaccia da uno studio laterale e mi chiama a gran voce, facendo sobbalzare gli altri pazienti in attesa. Visita più approfondita: pressione, stetoscopio, respira, guarda in su, check tonsille che non guasta mai, pessima idea di premere il punto dolorante facendomi nominare qualche santo in italiano, domande in norvegese lento e scandito a cui seguono risposte sgrammaticate accompagnate da mimica enfatizzata stile cinema muto anni ’20. Dice di aver capito e se ne va, lasciandomi sola nello studio.

H. 10,50: Arriva un’infermiera, ed è armata. Si avvicina con una grossa siringa che, mi spiega, contiene una bella dose di antinfiammatorio. Pare che, tossendo con la delicatezza che mi contraddistingue, mi sia slogata la costola e stirato i muscoli intercostali: sono una principessa, come sempre. Forstuving/ forstrekking ribben, questa la diagnosi. Inietta il liquido e mi porge un bicchiere di acqua e due pastiglie di paracetamolo, la soluzione scandinava a ogni problema dell’umanità. Qui è così famigliare che lo chiamano col diminutivo, Paracet.

H 11,20: Dopo mezz’ora coricata sul lettino per constatare la mia sopravvivenza al cocktail di farmaci, vengo dimessa. Devo proseguire la cura paracetamolo+ antidolorifico per una settimana.

H 11,25: Pago il ticket, 199 kr. (circa 22 euro) e mi reco in farmacia, dove spendo altre 174kr per i due medicinali.

Poteva andare molto peggio, almeno secondo Google.

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3 commenti su “På legevakt: gita al pronto soccorso

  1. laura ottinetti
    gennaio 29, 2015

    ciao Camilla spero che il dolore si sia affievolito forse volevi condividere l’esperienza
    della tu mamma. Riguardati e se ti consola un poco anche Daniele ha iniziato l’anno
    con coliche renali (a suo dire dolore insopportabile) e per completare una discopatia
    (l’età è senz’altro responsabile). Ti abbraccio forte forte. Laura

    • biancamilla
      gennaio 29, 2015

      Ciao Laura, sì sto già meglio. La mamma ha fatto davvero molto peggio di me questa volta! Povero Daniele, digli di stare al calduccio e non fare sforzi che l’età avanza 🙂 Un abbraccio forte a tutti voi!!

  2. Rosy
    luglio 7, 2015

    Grazie mille del racconto della tua esperienza! Come sempre sai essere simpatica e sdramatizzare regalando sorrisi con i tuoi racconti, anche quando ce poco da ridere..Intanto mi sono presa dei appunti, in caso di necessità..Un abbraccio Biancamilla

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