Norvegiani

"Farai e disferai in continuazione il tessuto della tua vita, in attesa di trovare la sola esistenza che ti possa appartenere davvero”.

VI RACCONTO LE COINQUILINE NORSK

Non scrivere di me, ti prego” mi ha supplicata una delle tre Norquiline, un sabato notte. Stava friggendo un uovo per uno sconosciuto incrociato sul marciapiede davanti al nostro portone e, giustamente, portato a casa. Opzione take away, consegna a domicilio: il trattamento prevede consumo di pasto caldo frugale, espletamento delle pratiche sessuali e uscita di scena intorno alle nove di mattina. È concessa la doccia calda, ma la prima colazione non è prevista. Ho mantenuto la promessa per tutta la durata dei cinque mesi di convivenza: non ho mai scritto di loro. Ora che il tempo insieme si allontana sempre più e alcuni aneddoti (sempre anonimi) sono già presenti nel libro, posso rompere la promessa e raccontare ai norvegiani come sia stato vivere con tre dolci fanciulle norvegesi.

Ecco i quattro elementi di maggiore gap culturale incontrati in questa bellissima esperienza di condivisione degli spazi e della vita su al Nord.

  • E luce sia! Il fatto di trovarmi sola in un altro paese ha reso apprezzabile piccole cose come le luci accese in casa quando rientravo la sera, ovvero alle quattro del pomeriggio nei bui mesi invernali. Poi ho capito che le luci queste non le spengono mai. E qui è cominciato il fastidio: perché cavolo non premono l’interruttore? Che senso ha avere il bagno illuminato a giorno e riscaldato a livello Caraibi quando tutti gli inquilini stanno dormendo? Primo grande enigma. Capisco che l’affitto include le spese e la corrente elettrica qui abbia costi più contenuti, ma è uno spreco ingiustificato. Il giorno in cui saprò la terminologia corrispondente in norvegese, sarò lieta di comunicarlo.

  • La questione lavastoviglie. Sono bravissime a riempirla, seppure non cucinino mai. I tredici coltelli che sporcano spalmando due cose sul pane, i sei cucchiaini con cui girano il caffè, la pentola in cui hanno fatto bollire un uovo: tutto finisce in lavastoviglie, ovviamente senza essere sciacquato. Ciò che non sembra ancora molto chiaro alle loro menti è come questi oggetti escano dal suddetto apparecchio, dopo essere stati lavati e sciacquati per più di tre ore, usando il programma più lungo a disposizione. Così, mentre la lucina rossa invoca la liberazione dal carico, loro accumulano nuova sporcizia sul piano soprastante la macchina, detto anche il luogo del “Non mi riguarda”. Sì, perché quando qualcuno (io) finalmente si degnerà di svuotare la lavastoviglie, in un tempo che va dai tre ai cinque minuti della vita, loro accorreranno a riporre i nuovi piatti sporchi all’interno. Solo i loro. Se un mio cucchiaino è rimasto sul piano, quello sarà il suo posto, finché non interverrò personalmente. Rabbia.

  • La scarpiera. So bene che le stagioni scandinave non sono così scandite. Può fare freddo anche a giugno, è vero. Ma perché accumulare sulla stessa mensola i doposci e le scarpe di tela per tutto l’anno? E, soprattutto, cosa ci fanno le tue dannate scarpe da ginnastica con cui salti nelle pozzanghere sulle mie uniche scarpe decenti: dove è finita la regola della divisione di proprietà?

  • La routine. Ciò che più si allontana dal mio modo di vivere e di esistere è quanto più le caratterizza: so esattamente cosa succederà nelle loro settimane da lunedì a domenica. Vorrei solo uscire dalla stanza ora, a mezzanotte e dieci del martedì, quando tutte dormono da due ore perché “siamo mica pazzi in settimana a letto presto”. Vorrei piantarmi in mezzo al corridoio e urlare: “dov’è la vostra voglia di rompere alle quattro di mattina? A che ora citofona il trombamico? Ah, scusate, credevo fosse sabato”. Mi basta il loro sguardo, a metà tra stupito e invidioso, quando addento un pezzo di cioccolato di mercoledì, ben due giorni prima del week end in cui il consumo di dolci diventa non solo concesso, ma doveroso. Devo essere una disadattata ai loro occhi, visto che sposto la Taco night, obbligatoria cena messicana del venerdì, secondo il mio gusto e capriccio. Anche il supermercato non supporta questa mia scelta e rifornisce l’angolo di etnico riservato ai tacos solo il giovedì.

  • L’influenza. Ho capito di essere davvero sola quando la febbre mi ha attaccata con una crudeltà che non vedevo dai tempi della scuola elementare. Le coinquiline producono poco rumore, non spengono le luci e ignorano i malati. Quattro giorni a letto con la febbre, che non posso quantificare in quanto al momento sprovvista di termometro, ma abbastanza alta da provocare vertigini qualora abbandonassi il letto. Nessuno mi ha chiesto MAI se volessi un bicchiere di acqua, una spremuta, un trasferimento all’ospedale. La mia porta socchiusa non è mai stata violata. I brevi incontri in corridoio mentre, pallida come un cencio, raggiungevo la cucina si sono esauriti in un “Hei” (ciao) con espressione affranta: quei tre secondi di empatica comprensione della mia situazione. Il sabato sera la loro vicinanza si è tradotta in una festa in salotto con musica irlandese. I miei incubi avevano la faccia del cantante dei Pogues.

So per certo che poteva andarmi peggio: erano ragazze pulite, abbastanza ordinate, non troppo rumorose nei weekend, insomma, sopportabili. Mi basta ripensare agli studenti che vivevano nell’appartamento accanto al mio a Bergen perché un’ondata di affetto e stima per le norquiline mi travolga. Potrei correre ad abbracciarle e ringraziarle per avermi evitato l’incubo di avere trenta persone in salotto dalle quattro alle sette di mattina, ubriache e festanti. Poi ridimensiono l’entusiasmo ricordandomi che, se non lo hanno fatto, è perché il palazzo è abitato in maggioranza da famiglie che sono sì hipster e artistiche, ma hanno bambini piccoli e chiamano la polizia se il casino procede oltre le ore consentite. Ora che ho lasciato la mia stanza norvegese, ritornata in possesso del padrone di casa, ora che il re del pollaio avrà sicuramente ristabilito la rassicurante routine dei tacos al venerdì, la sbronza al sabato e il film della domenica, mi capita di ripensare con affetto alle norquiline.

Avrei voluto un metabolismo diverso, tempi di risveglio più brevi e maggiore conoscenza linguistica per dividere con loro la colazione, unico momento della giornata in cui sedevano insieme e parlavano. Avrei addirittura chiesto alla montagnina dalla cantilena incomprensibile di portarmi con lei nella corsa mattutina, affrontando insieme il vento gelido e scivolando sui marciapiedi verso la palestra.

Chissà se manca un po’ anche a loro, l’italiana che mangiava tardi e scriveva sempre.

4 commenti su “VI RACCONTO LE COINQUILINE NORSK

  1. Giovanni
    novembre 23, 2016

    Bellissimo racconto molto simpatico come tutti
    Spero di leggerne altri.
    Io partirò a gennaio per Tromso
    Sarei felice di avere una tua opinione

    • Francesco
      dicembre 28, 2016

      Ciao Giovanni, non sono Camilla, ma ti rispondo lo stesso! Io a Tromsø ci sono stato (abito qualche centinaio di km più a sud, a Bodø) e mi e´ piaciuta parecchio! Cittadina molto bella, e se la teleferica e´ aperta ti consiglio di prenderla e farci un giro perche´ la vista dall´alto e´ a dir poco stupenda!

  2. Nautilus
    novembre 25, 2016

    Molto simpatico il post. Alcuni punti (luci accese, temperatura altissima e ognuno che si lava solo le sue stoviglie) mi hanno ricordato le differenze tra me (che sono lombardo) e gli amici lituani, nonché i parenti lituani acquisiti. Ma immagino si potrebbero fare molti altri esempi. D’altra parte quello che noi chiamiamo flessibilità e che consideriamo in termini positivi (lavare, nel limite del possibile, quel che c’è nel lavandino, indipendentemente da chi l’abbia sporcato) da altri è visto in termini negativi, mentre si esalta la rigidità come totem intoccabile.

    Le differenze culturali sono sempre interessanti, però, ed è sempre bello (e salutare) scherzarci sopra. L’atteggiamento ironico è l’unico modo di gettare un seme di cambiamento che nel tempo germoglierà. Vale in entrambe le direzioni, ovviamente.

    A volte le differenze sono davvero curiose. Esempio. Tutte le statistiche dicono che i Lituani sono i più grandi consumatori d’alcol d’Europa, eppure loro pensano che sia io ad essere alcolizzato. Per loro è inconcepile bere un paio di bicchieri di vino a pranzo e cena tutti i giorni. Per me è inconcepibile bere acqua dal lunedì al venerdì e poi pasteggiare a brandy e vodka in occasione delle feste. Le bottiglie di superalcolici nella mia logica si mettono in tavola dopo cena, non durante. Anzi, in tavola non si mettono proprio. Se c’è una festa io continuo a bere i miei due bicchieri di vino (o di birra), e magari assaggio qualcosa di extra alla fine. Loro, invece, hanno questi comportamenti estremi tra weekend e resto della settimana. Ancora oggi, se mi offrono della vodka fatta in casa o qualsiasi altro liquore, il Lituano di turno non concepisce che io voglia bere a piccoli sorsi: per loro il bicchierino va buttato giù tutto d’un fiato. Segno evidente che in quei Paesi manca la cultura del gusto delle cose. In realtà anche i Lituani stanno cambiando, stanno diventando un pochino più simili a noi, ma i tempi sono molto lunghi. Come dire… il miglior ristorante al mondo da qualche anno a questa parte è a Copenhagen, ma prima che il Danese medio impari a trasformare le sue abitudini alimentari di tutti i giorni passeranno non meno di tre o quattro decenni.

  3. Federico
    novembre 26, 2016

    stupendo!!!:-)che risate!

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Questa voce è stata pubblicata il novembre 22, 2016 da in Prime impressioni norvegiane con tag , , , , , , , .

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