Norvegiani

"Farai e disferai in continuazione il tessuto della tua vita, in attesa di trovare la sola esistenza che ti possa appartenere davvero”.

COME VIVE UN RICERCATORE A TRONDHEIM

 

Questo post nasce come primo episodio di una nuova serie dedicata a chi valuta l’idea di un’esperienza di studio in Norvegia.  A raccontarci le diverse possibilità saranno di volta in volta studenti italiani che sperimentano in modo diretto l’esperienza norvegese. Il nostro viaggio comincia da Trondheim: 10 domande a Giuseppe, ingegnere civile di Torino che sta frequentando un post dottorato all’NTNU, una delle più importanti università del paese.

  1. Ciao Giuseppe, ti andrebbe di presentarti ai Norvegiani?

Certamente! Mi chiamo Giuseppe, ho 30 anni e sono nato, cresciuto e pasciuto nella mia splendida Torino. Mi sono laureato in Ingegneria Civile, orientamento Infrastrutture e Sistemi di Trasporto al Politecnico di Torino nel 2011; successivamente ho vinto il concorso per il Dottorato di Ricerca in Ambiente e Territorio, che ho iniziato nel 2012 e che ho concluso ufficialmente a Dicembre 2014, discutendo  però la tesi ad Aprile 2015.
Ah, dimenticavo la cosa più importante: sono felicemente sposato da 2 anni e mezzo con Eleonora, una donna meravigliosa che mi conosce da quando ho 13 anni e che è al mio fianco da 5 anni e mezzo.

  1. Hai ottenuto un assegno di ricerca a Trondheim: perché hai scelto la Norvegia e, nello specifico, questa città?

Da Agosto 2015 mi trovo a Trondheim per lavoro, e sarò qui per 3 anni. Ho infatti vinto un concorso per un Postdoc (in Italia, un assegno di ricerca) alla Norwegian University of Science and Technology (generalmente abbreviata NTNU). La scelta, a dire la verità, è stata casuale, anzi, direi quasi che è stata la Norvegia a scegliere me! Verso la fine del mio dottorato mi sono ritrovato a cercare opportunità per il futuro, poiché sapevo che (sigh!) non c’era possibilità per me di continuare al Poli, così tra le varie ricerche ho deciso di sfruttare alcuni fondi che avevo a disposizione dal mio dottorato per partecipare a una Summer School a Bologna, organizzata dalla Società Italiana di Infastrutture Viarie (la SIIV). Era la seconda volta che andavo a una Summer School del genere, sapevo che c’era occasione di incontrare professori e ricercatori (italiani ed esteri) che lavorano nel mio settore e così ho pensato potesse essere una occasione interessante per cercare nuove opportunità. E’ stato lì che ho conosciuto per la prima volta Carl Thodesen, il direttore del dipartimento nel quale lavoro oggi. Ha fatto una presentazione interessantissima sulla sostenibilità delle infrastrutture viarie e poi ha accennato a un fantastico progetto a cui l’amministrazione norvegese delle strade (Statens Vegvesen) stava puntando: una nuova autostrada norvegese lunga 1100 km, con ponti e tunnel avveniristici sotto i fiordi norvegesi!
Sembrava un sogno, così ho parlato con lui e gli ho detto che mi sarebbe piaciuto poter far parte di questo progetto. Lui mi disse che a breve avrebbero pubblicato dei bandi per la selezione di Dottorandi e PostDoc su quel progetto, così ho cominciato a tenere d’occhio il sito della NTNU: un paio di mesi dopo ho visto il bando che faceva per me, ho partecipato e dopo uno screening del CV e un colloquio Skype (in inglese, ovviamente), ho avuto il posto, ed eccomi qui!

  1. Avevi già fatto esperienze all’estero durante il tuo percorso di studi?

Si, il prof. Bassani, il mio tutor per il Dottorato, aveva vinto dei fondi per un progetto di collaborazione nella ricerca da lui promosso. Grazie a questa occasione sono stato per 3 mesi alla University of Maryland College Park (UMD), a poche fermate di metropolitana dal centro di Washington D.C.
Per me è stata una esperienza importante, soprattutto dal punto di vista umano: è stata la prima volta che vivevo da solo, lontano da casa, contando solo sulle mie forze. La mia prima esperienza di convivenza, la mia prima esperienza di totale autonomia: penso che questo sia il tesoro più grande che ho portato con me da quei mesi negli USA.

  1. Hai studiato al Politecnico di Torino: quali sono le maggiori differenze che hai riscontrato nel sistema universitario norvegese rispetto a quello italiano?

Mi ritengo fortunato: il Politecnico di Torino è una grande università italiana che ho sempre ritenuto essere una fra le migliori d’Italia. In Norvegia la NTNU è una delle migliori (se non la migliore) università del paese: non mi sento quindi di dire che la NTNU sia enormemente meglio. Ci sono pro e ci sono contro; inoltre, a onor del vero, non ho vissuto la NTNU da studente, quindi ne ho una visione soltanto parziale…
La prima differenza evidente è il costo degli studi: in Italia si spendono più di 2000 € all’anno in tasse universitarie (escludendo eventuali agevolazioni/riduzioni per reddito e/o merito), mentre in Norvegia il costo è praticamente pari a zero: mi sono iscritto come studente per 1 semestre (per seguire il corso di norvegese) e ho pagato 500 corone di tasse universitarie (circa 55 €). Questo è ciò che pagano, a semestre, tutti gli studenti della NTNU, nessuno escluso, per tutto il periodo formativo.
Un’altra differenza pratica è la logistica del campus: gli spazi riservati ai dipartimenti/dipendenti (uffici) sono mescolati a quelli invece dedicati agli studenti (aule studio e aule), mentre a Torino spesso questa distinzione è più evidente: non è insolito uscire dal proprio corridoio per un caffè e vedere giovani studenti seduti che mangiano/studiano/parlano nei corridoi e nelle aree relax.
Poi sono sicuro che le differenze sono molte altre… ma ho bisogno di tempo per scoprirle tutte!

  1. In che lingua si svolge la tua ricerca e chi sono i tuoi colleghi? È un ambiente internazionale o si percepisce l’impronta scandinava di fondo?

Inglese “all day long”! La lingua che parlo quotidianamente è questa, con i colleghi, gli amici e tutte le persone che incontro in città. Qui in Norvegia praticamente tutti parlano fluentemente anche inglese, dai bambini agli anziani. A mio parere, questo lo si deve al fatto che qui la televisione non è doppiata, ma sottotitolata: i programmi non in norvegese sono sottotitolati, lasciando quindi la possibilità a tutti di ascoltare un audio originale in inglese che senza dubbi aiuta ad impararlo; lo studio teorico a scuola (come da noi) completa il quadro e fornisce le basi. Quindi, se parli inglese vai dove vuoi. Nel mio dipartimento esiste una “new generation” che è decisamente internazionale ( più o meno l’80% dei dottorandi, giovani ricercatori e postdoc sono stranieri), mentre per il personale docente strutturato e quello amministrativo, le percentuali si ribaltano, con una grande maggioranza di norvegesi, e più in generale scandinavi (soprattutto svedesi e danesi).
L’impronta scandinava quindi c’è, soprattutto per quanto riguarda orari e tradizioni, anche se non è invadente (infatti, è scandinava!
 ). Inoltre, tutti i membri stranieri del dipartimento sono invogliati e supportati ad imparare il norvegese, seguendo i corsi dell’università stessa oppure rivolgendosi a scuole private serali.

  1. Hai ottenuto assistenza dall’NTNU anche per quanto riguarda gli aspetti pratici della tua vita in Norvegia (casa-burocrazia…)?

Si. Già a distanza, dopo aver firmato il contratto ma ancora in Italia, mi hanno inviato una brochure informativa, redatta dal dipartimento, con tantissime informazioni utili sulle prime pratiche da sbrigare appena arrivati: informazioni sulle tasse, sullo stipendio, sull’attivazione delle carte di credito e del conto corrente, sulla città, sulle pratiche per ottenere il permesso di soggiorno e il codice ID personale (una sorta di codice fiscale)… informazioni su attività da fare, su come trovare casa e dove, ecc…
Appena arrivato mi hanno fissato un appuntamento con la responsabile dei ricercatori internazionali, dove abbiamo parlato di tutto e di più, anche di informazioni utili per mia moglie!
L’aiuto più concreto però l’ho avuto per la casa: sul sito della NTNU è possibile presentare domanda per l’assegnazione di abitazioni provvisorie per ricercatori e dottorandi stranieri, intese come prime sistemazioni nell’attesa di trovare una casa più a lungo termine. Io ho fatto l’application a Marzo, arrivando ad Agosto: mi hanno assegnato un appartamento di una 40ina di metri quadri, con camera, cucina, bagno e salotto, a pochi metri dall’università, dove ho potuto vivere per circa 6 mesi, fino a fine gennaio. Intendiamoci: l’appartamento non era gratuito, ma comunque in linea con il mercato privato. Ho vissuto lì finchè non ho trovato un altro appartamento a lungo termine.

  1. Vivere a Trondheim: quali sono le maggiori difficoltà che hai riscontrato? Quali “stranezze” culturali o ambientali ti hanno colpito maggiormente?

Se ti dicessi il freddo, sarebbe scontato, e in realtà non è stato una grande difficoltà per me: forse arrivando da una città del nord Italia sono abituato a cappotti e temperature sottozero. Sicuramente, dal punto di vista “naturale”, la differenza più grande dall’Italia è l’incredibile variabilità del tempo e, soprattutto, delle ore di luce. Sono qui da 10 mesi ormai, e ho vissuto giornate incredibilmente lunghe (adesso che sto scrivendo queste risposte sono le 23 e il cielo è ancora chiaro, quasi fossero le 19 d’estate a Torino) ed altre incredibilmente brevi, con poco più di 3 ore e mezza di cielo chiaro.
Bisogna quindi abituarsi a forzare lievemente il proprio bioritmo guardando l’orologio, per non lasciarsi ingannare dalla luce: in inverno verrebbe voglia di andare a dormire alle 4 del pomeriggio (già notte fonda), mentre d’estate è dura infilarsi a letto poco prima di mezzanotte e riuscire ancora a vedere il cielo azzurro fuori… In inverno è consigliabile assumere vitamina D, per compensare la mancanza di luce del giorno: fa un po’ strano curarsi per una malattia che non si sente di avere, ma dopo un po’ se ne percepiscono gli effetti positivi.
Un’altra stranezza, soprattutto per noi italiani, sono gli orari dei pasti! Colazione presto e abbondante, pranzo “frugalissimo” alle 11:30 (una fetta di pane con del paté, del brunost, del prosciutto o altro) e cena attorno alle 18.00. Inizialmente è davvero difficile, ma se ci si prova si sentono anche dei benefici: cenare alle 6 del pomeriggio permette di vivere una serata più lunga e di digerire bere la cena, evitando di andare a letto con lo stomaco pieno. Inoltre il pranzo leggero non appesantisce ed evita la tipica sonnolenza post-pranzo che, per chi lavora seduto alla scrivania, è veramente letale! 

Culturalmente, i norvegesi sono molto riservati e direi anche timidi: per vederli espansivi e più “aperti” bisogna farli bere un po’, ed anzi, per loro la serata non è tale se non si beve abbondantemente! Diciamo che con l’alcool non hanno mezze misure, il che sicuramente è un aspetto peculiare della loro cultura che, onestamente, faccio fatica ad accettare.

  1. Consiglieresti ad altri colleghi italiani un’esperienza come la tua? Quali sono le maggiori difficoltà che hai riscontrato?

La consiglierei a tutti. Un esperienza all’estero apre la mente e permette di vedere il mondo da un punto di vista diverso, fornendo nuovi spunti di riflessione e occasioni per comprendere meglio anche la nostra stessa  cultura. Da un viaggio oltreconfine si torna spesso con il portafogli vuoto (!), ma con lo spirito immensamente più ricco.
Le difficoltà in queste situazioni sono tante: mancano le proprie abitudini, i propri ambienti, gli amici e la famiglia. Spesso mi ritrovo a guardare con un pizzico di tristezza le foto dei miei nipotini in Italia che crescono e che ci conoscono solo come gli “Zii in Norvegia”, oppure sento un tocco di invidia nelle foto dei miei amici storici su facebook durante le loro grigliate, le loro uscite insieme ecc… Certo ho molti amici anche qui, ma certi legami, certe “connessioni” sono difficili da ritrovare così lontani da casa: spesso anche la lingua, nonostante la parli fluentemente, è un ostacolo nell’esprimere certi concetti e certe sensazioni che in Italia sapresti comunicare anche soltanto con uno sguardo…

  1. Quali sono, a tuo parere, i vantaggi maggiori che un’esperienza di studio all’NTNU può dare ad uno studente straniero?

Professionalmente, così come ho personalmente, l’esperienza estera arricchisce moltissimo, avendo occasione di assimilare metodi di lavoro e stili differenti. Per quanto mi riguarda, qui in Norvegia sto mettendo a dura prova la mia indipendenza professionale, in quanto spesso mi trovo a dover affrontare decisioni e scelte tecniche contando solo sulle mie forze.

  1. Dopo il post- dottorato: dove ti piacerebbe proseguire la tua esperienza?

Se 2 anni fa mi avessero detto “andrai a vivere in Norvegia”, gli avrei riso in faccia. Quindi, non so bene cosa aspettarmi. Ho imparato che nel lavoro le cose possono cambiare da un momento all’altro, e quindi non ho particolari obiettivi, soprattutto per quanto riguarda il “dove”: una volta fatto il salto fuori da casa, si è molto meno intimoriti dal viaggiare e dallo spostarsi in nuovi posti. Che sia ancora in Norvegia, o che sia nuovamente in Italia o altrove, mi auguro soltanto che sia una occasione per crescere professionalmente, acquisire esperienze e soprattutto garantire alla mia famiglia una vita serena. 

2 commenti su “COME VIVE UN RICERCATORE A TRONDHEIM

  1. Giuseppe Marinelli
    maggio 18, 2016

    Ciao Camilla! Grazie mille di questo spazio e della possibilità di condividere la mia esperienza con chiunque sia interessato!
    Vi ses i Norge! 🙂

  2. remotomasi
    maggio 25, 2016

    Ciao Camilla, cercavo da tempo ormai, un articolo che mi parlasse della vita di un ricercatore all’estero e soprattutto in Norvegia.
    Un applauso alla carriera di Giuseppe, ragazzo in gamba che ammiro tantissimo (e condivido anche la passione per la cantante Aurora 😀 ).
    Sono alla soglia dei 36 anni, lavoro nel campus dell’Unisalento e sto cercando, in tutti i modi, una vita nella mitica Scandinavia.
    Questo articolo mi sarà d’ispirazione (come molti che sono stati pubblicati in precedenza).

    Grazie mille!! 😉

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