Norvegiani

"Farai e disferai in continuazione il tessuto della tua vita, in attesa di trovare la sola esistenza che ti possa appartenere davvero”.

#Tocca a voi: Per amore e per cambiare

 

La storia della Norvegiana di oggi è diversa da tutte quelle postate finora: la Norvegia non è stata una scelta, è capitata! Il post è un interessante racconto delle difficoltà burocratiche e pratiche di una libera professionista che deve presto smentire la sicurezza del “Basta l’inglese per lavorare in Norvegia”. Nella vita a volte arrivano decisioni inattese e sta a noi decidere se trasformarle in problemi o opportunità. Due anni a Oslo, un po’ per amore, un po’ per cambiare: ecco come è andata, anzi, come sta andando questa avventura. 

Sono una milanesíssima 34enne con nome e faccia brasiliana e cognome austríaco. Ma giuro sono italiana. Vivo in Norvegia da 18 mesi e sono venuta qui … per amore, direbbero i più. Sono qui a tempo determinato con il mio compagno italiano e viviamo in una ridente cittadina a 40 km dalla capitale. Non mi sarei mai sognata di trasferirmi in Scandinavia, detto onestamente. Non era proprio nemmeno tra le mete prese in considerazione per le vacanze, e Oslo non era nemmeno al 20simo posto tra le città da visitare almeno una volta nella vita. Cioè, in pratica, a mala pena sapevo dove fosse: a nord nord. Finché un giorno il mio fidanzato, mi disse “ma se mi trasferissero in Norvegia per lavoro, verresti con me?” Cosa? Dove? Quando? Io? Noi? Insomma, ci ho pensato parecchio, direi mesi. Avevo un buon lavoro come project manager in un’agenzia di pubblicità a Milano da 7anni, avevo appena fatto un bel mutuo per la casa di proprietà che avevo ristrutturato con tanto amore e dedizione e avevo appena avuto un nipotino meraviglioso. In poche parole, cosa mi mancava? Mi mancava che il lavoro, tutto sommato, mi stava stancando parecchio, la casa era bella ma spesso vivevo a casa del mio fidanzato e il mio nipotino… comunque lo vedevo massimo una volta alla settimana. Ma cosa invece mi sarebbe mancato davvero? Lui. Non avrei potuto continuare a vivere la nostra relazione a distanza per due anni. Non per come sono fatta io. Ho bisogno della quotidianità, dell’affetto sempre e di confrontarmi e condividere la mia vita con il mio compagno, ogni giorno. Non avrebbe senso altrimenti per me stare con qualcuno. Inoltre, avevo proprio una grandissima voglia di fare un’esperienza all’estero e dare un grosso cambiamento alla mia vita. Era diventata forse troppo monotona e ripetitiva. Faticosa per certi versi. Cosa sono due anni? Voleranno! Quindi alla fine mi sono informata per studiare e aggiornarmi in Norvegia su Marketing e comunicazione e magari poi decidere se tornare in Italia o meno. Come condizione mi ero data 6 mesi di tempo. Se non fossi stata bene, o a studiare/lavorare entro i primi 6 mesi, me ne sarei tornata a Milano. Ho fatto un mini-master, corsi di aggiornamento in PMP i primi mesi, poi ho iniziato a cercare lavoro. Una tragedia. Ovviamente non parlavo norvegese. Mi sono trasferita sapendo che qui tutti parlano benissimo inglese, con l’illusione di poter lavorare sapendo abbastanza bene l’inglese. Mi sbagliavo. Non solo ad ogni invio di CV mi veniva risposto: “fluent Norwegian language is required in our company”, sempre. Con l’amarezza, ma ancora qualche speranza in tasca sono andata presso le agenzie interinali a chiedere di poter inserire il CV. Una referente mi ha detto chiaramente e senza mezze parole “Ti consiglio di fare un corso di Norvegese prima, fai la certificazione linguistica in Norvegese (Norsk Prove 3) e poi torni” senza nemmeno guardare il mio CV. Cioè potevo anche essere la top manager di una multinazionale in Italia che la cosa non avrebbe fatto alcuna differenza, perché non parlavo norvegese. Con questa ultima pugnalata ho iniziato il tanto “desiderato” corso di norvegese, privatamente. Ho messo in affitto la mia casa italiana per mantenermi, anche se ringrazio il mio compagno che ha sostenuto quasi tutte le spese.

Dopo tre mesi di corso intensivo ho riprovato a mandare CV (in inglese – altro errore!) ma ancora nessuna risposta. La cosa più imbarazzante è che in Italia mi chiamavano per fare colloqui di lavoro che rifiutavo, con l’idea che dovevo provarci in Norvegia in modo convinto prima di rinunciarvi completamente.  E poi sentivo un sacco di miei amici che a Londra trovavano lavoro in poche settimane. E l’angoscia saliva sempre più forte. Avevo quindi deciso di provare a sfruttare altre doti professionali che avevo, ricordandomi della mia breve esperienza di insegnante in Brasile. Ho iniziato ad inviare CV anche alle scuole di italiano a Oslo, senza troppe aspettative però. Al 6° mese sono andata a fare un corso di aggiornamento a Londra. In quel viaggio mi ero convinta che avrei mollato Oslo e i suoi troll per trasferirmi lì oppure tornare in Italia. Proprio ritornando da quel weekend mi ha richiamata la direttrice di una scuola tra le più famose di Oslo per l’insegnamento dell’italiano a Norvegesi. Mi chiede di trovarci e chiacchierare un po’. Milanesissima come me, ci siamo subito trovate e grazie a lei ho potuto iniziare finalmente a vivere serenamente questa lunga trasferta norvegese e lavorare come insegnante.

Le prime difficoltà che abbiamo riscontrato sono state senza dubbio dal punto di vista sociale. Non avevamo amici e non è semplice conoscere gente locale qui. Devi far parte di “qualcosa”: una scuola, un gruppo musicale, un corso … non si riesce a conoscere gente nuova nei, locali, in biblioteca o a lavoro. Difficile. Quindi ho iniziato a frequentare expat che ho conosciuto al corso di norvegese e italiani che vivevano anche loro a Oslo. I successivi 6 mesi sono stati, come dire, di assestamento. Il mio compagno ed io abbiamo conosciuto diverse persone, norvegesi e non, e sempre più spesso abbiamo i weekend occupatissimi di cene, uscite ed eventi. Dal punto di vista burocratico per me non è stato facile come per il mio compagno; lui ha un contratto di lavoro qui, quindi dal primo giorno ha avuto il suo ID norvegese (sorta di codice fiscale, attraverso cui fai dichiarazione di reddito e usufruisci di servizi come sanità pubblica, maternità, ma non disoccupazione – capitolo a parte). Io non sono sposata e non sono convivente (devi dimostrare di vivere insieme da almeno 24 mesi) pertanto non potevo chiedere il “ricongiungimento famigliare” e quindi per la legge norvegese avevo 3 mesi (dopo gli studi) per poter trovare lavoro altrimenti sarei dovuta tornare in Italia. Fortunatamente ho avuto questa opportunità come insegnante, ma con la partita iva (Enkeltpersonforetak) che sarebbe una vera e proprio azienda personale. Si deve registrare quando vuoi lavorare come freelance. Ti forniscono un ID temporaneo, solo per poter aprire la tua azienda. Devi compilare 3/4 formulari (solo in norvegese … ma al telefono l’assistenza ti aiuta a tradurre) e poi ti danno il tuo numero di azienda. Il nome della azienda deve contenere il tuo cognome e non è obbligatorio avere un commercialista per fare la dichiarazione dei redditi (ma molto consigliata se non parli norvegese e non capisci il sistema tasse).

Ogni anno devi dichiarare anticipatamente quanto ti aspetti di guadagnare e pagare le tasse in tranche di quattro, una rata ogni 3 mesi. Le paghi in anticipo rispetto al guadagno stimato. Il che ti uccide il primo anno, perché non hai ancora guadagnato quanto dovresti pagare di tasse (che nel mio caso si aggirano attorno al 25%) ma dipende dalle aliquote, come in Italia. Il costo del commercialista è alto (il mio circa 1.500 euro/anno) per fare sostanzialmente poco. Però preferisco che ci sia qualcuno che non faccia errori. Come in Italia, puoi scaricarti costi e IVA (MVA in Norvegia) dei beni che compri. Entro le prime 50.000 corone non devi aggiungere nelle fatture l’MVA. Superata quella soglia ti devi registrare al registro MVA e aggiungerlo sulla fattura (dipende dal tipo di servizio che eroghi, pertanto meglio chiedere ad un commercialista).

Per poter avere l’ID definitivo ho dovuto portare la registrazione dell’azienda personale presso l’ufficio tasse (www.skatteetaten.no), i contratti stipulati con i miei clienti (che devono essere di minimo 12 ore settimanali), certificazione del mio compagno che mia avrebbe mantenuta per il mio soggiorno in Norvegia e del proprietario di casa che era a conoscenza della mia esistenza presso la casa (anche se l’affitto era a nome del mio fidanzato). Insomma, per avere questo agognato ID definitivo, ci ho messo 8 mesi.

Un’altra cosa che mi sento d consigliare a chi avesse intenzione di trasferirsi qui è l’acquisto dall’Italia di qualsiasi cosa (specialmente abbigliamento da pioggia e da neve – scarpe con suola carrarmato). Qui è tutto estremamente caro, soprattutto se non lavorate con gli stipendi norvegesi. Quindi cercate di portare tutto e non acquistare nulla qui. A parte che la moda qui è davvero orrenda – ma questo è un parere personale da milanese oltretutto – e poi hanno pochi brand molto tecnici e tendono a vestirsi tutti uguali. Anche il cibo qui non è un granché. Trovi di tutto ai supermercati e bancarelle, ma non è molto saporito perché spesso importato. Mangiare fuori è impensabile visto che una pizza margherita la puoi pagare tranquillamente 22 euro.  Per non parlare di birre e vino. Credo ci sia ampia bibliografia e sitografia in merito.

Dopo 18 mesi qui però, finalmente, non mi sento più “turista per caso”, ma sento di vivere qui, di essere stabile. Saranno gli amici e le persone che ho incontrato, sarà il lavoro che mi sta dando inaspettate meravigliose gratificazioni o sarà che non faccio più troppo caso al clima freddo (in realtà nemmeno così freddo come immaginavo prima di partire). Finalmente mi sento a casa in Norvegia. Anche se ancora per poco.

iara

Un commento su “#Tocca a voi: Per amore e per cambiare

  1. Bigna
    novembre 24, 2015

    Cosa intendi con “nome e faccia brasiliana”?? Io, da brasiliana, non riesco a capire cosa sia una “faccia brasiliana”!!!

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