Norvegiani

"Farai e disferai in continuazione il tessuto della tua vita, in attesa di trovare la sola esistenza che ti possa appartenere davvero”.

MITOLOGIA NORRENA, PARTE TERZA: GLI DÈI

Riguardo gli Dèi che vivono ad Asgardh, Snorri elenca 12 figure maschili, escludendo Odino e Loki: Thor, Balder, Njord e Frey (nonostante facessero parte della stirpe dei Vani), Tyr, Bragi, Heimdall, Hoder, Vidar, Ale, Ullr, Forseti.

Descriviamo brevemente qualcuno dei più importanti.

Odino è il padre degli Dèi, capace di ogni impresa. Re di tutti gli Asi, dotato di una grande forza e bellezza, è capace di essere terribile in guerra quanto gentile con i suoi amici.

Ha la caratteristica di parlare in versi e di cambiare sempre aspetto: a questo e alle sue imprese si devono i suoi numerosissimi appellativi.

Figlio di Bor, domina sugli altri Dèi e sul mondo grazie alla sua straordinaria sapienza e conoscenza: è sempre informato su tutto quello che accade nel mondo grazie a due corvi, Huginn e Munnin, “spirito” e “memoria”, che ogni giorno raggiungono le più remote regioni della Terra e riferiscono al loro padrone tutto ciò che hanno visto e sentito. Odino viene inoltre affiancato dai lupi Geri e Freki, che simbolizzano la furia battagliera.

Ottenne parte della sua conoscenza bevendo dalla fonte della conoscenza del Dio Mimir: dovette sacrificare un occhio, ma ciò gli permise di acquisire la capacità di scorgere l’essenza delle cose dietro le apparenze. L’amore per la conoscenza e il desiderio di comprendere i più reconditi misteri dell’universo lo spinsero a sottoporsi ad un altro rituale: si ferì con la propria lancia e si impiccò a un ramo di Yggdrasil, dove rimase per nove giorni. In questo modo divenne anche maestro nell’uso delle rune magiche, le iscrizioni depositarie della conoscenza dell’universo capaci di realizzare qualsiasi scopo mortale, sia esso benefico o malefico.

Odino era determinato a possedere l’arte della poesia, racchiusa in una pozione magica custodita sottoterra da un gigante: si offrì prima a lui come schiavo e poi sedusse sua figlia, da cui ottenne infine la pozione.

Bramoso di potere, si macchiò dell’orrendo crimine di fratricidio, uccidendo i suoi due fratelli e divenendo il signore assoluto di Asgardh.

Sua sposa è Frigg, Dea della fecondità e della fertilità, con la quale generò tutti gli altri Dèi tranne Thor, primogenito nato da un suo lungo flirt con Jordh, la “madre terra”. Lo accomuna al Dio greco Zeus la fama di tombeur de femmes, con scappatelle divine e terrene. Odino è chiamato anche “padre degli uccisi”: dopo ogni battaglia le sue emissarie femminili, le Valchirie, montano cavalli alati e discendono sui campi di battaglia per prelevare i corpi dei valorosi che meritano l’ingresso nel Valhalla, il paradiso dei prodi.

Nonostante le sue arti magiche e la sua sapienza, anche il padre degli Dèi morirà durante il Ragnarok, la fine del mondo, inghiottito dalle enormi fauci del lupo Fenrir, creatura figlia di Loki.

Loki è una figura centrale nello sviluppo di molti miti norreni: scaltro Dio dell’astuzia e del caos, ingegnoso maestro di inganni, abile nel doppio eloquio, più che una figura divina è la personificazione dell’astuzia fraudolenta e della sottile arte del raggiro.

Figura solitaria tra gli esseri che popolano la spiritualità norrena, Loki è un personaggio ambiguo per diversi motivi: il suo nome è legato al fuoco, un elemento collegato sia alla civilizzazione che alla distruzione; anche se incluso tra gli Dèi Asi, è imparentato con i giganti, simboli del caos; sebbene venga definito più di una volta la “vergogna degli Asi”, un ingannatore col desiderio di distruggere subdolamente l’ordine costituito, in alcuni miti è il fedele compagno di Odino e Thor, che spesso vengono salvati proprio dalla sua astuzia.

Loki non è quindi indicato come un Dio malvagio in senso assoluto: egli aiuta alternativamente Dèi e giganti a seconda di quale linea di azione sia più piacevole e vantaggiosa per lui in quel momento. Conosce e abbraccia il principio del male, infettando Asgardh con le sue bugie, ma difende e preserva il principio del bene per mantenere l’equilibrio degli opposti fino alla fine dei tempi: la sua presenza è allora fondamentale, perché rappresenta quel male che deve necessariamente contrapporsi al bene.

Loki possiede tratti fisici di una bellezza eccezionale, che ispirano nello stesso tempo ammirazione e paura, segno dell’ambiguità che lo caratterizza. È figlio dei giganti Farbauti, “Attacco Crudele”, e Laufey, “isola frondosa”, ma stringe un patto di alleanza con Odino, facendo leva sulle radici di sangue gigante del Padre degli Dèi, venendo incluso tra gli Dèi Asi.

Essere dai confini sessuali incerti, è famoso per aver partorito una progenie di esseri spietati, malvagi strumenti il cui unico fine è distruzione e morte; tuttavia ha anche generato Sleipnir, il fidato e velocissimo cavallo di Odino.

È il padre di Angrbodha, la gigantessa meretrice che per i suoi crimini fu condannata al rogo. Quando il suo corpo fu ridotto in cenere, Loki, estasiato dallo spettacolo di morte a cui aveva assistito, prese il cuore della figlia, misteriosamente sopravvissuto alle fiamme, e lo divorò. Il cuore malvagio frutto del suo stesso sangue fecondò il padre, che tempo dopo diede alla luce tre creature mostruose: un lupo, un grande serpente e una fanciulla. Tutti e tre vennero cresciuti nello Jotunheim finché Odino scoprì l’inganno. Presagendo la loro pericolosità, il padre degli Dèi ordinò che fossero portati al suo cospetto, affinché potesse decidere come neutralizzarli: la progenie di Loki si dimostrerà infatti malvagia quanto, se non più, del padre.

Il lupo diventerà il mastodontico Fenrir. Inizialmente gli Dèi lo tennero con loro, ma il feroce animale cresceva sempre più, sia in dimensioni che in ferocia ed intelligenza, tanto che solo il Dio Tyr, noto per il suo coraggio, osava dargli da mangiare. Alla fine divenne un pericolo troppo grande e gli Dèi decisero di incatenarlo: Fenrir rimarrà prigioniero fino al giorno del Ragnarok, quando si libererà e si vendicherà divorando Odino.

Il serpente venne invece esiliato negli abissi oceanici, dove crebbe a dismisura: le sue spire divennero così lunghe e potenti da poter stringere la Terra in una morsa indissolubile. Sorgerà dalle acque durante il Ragnarok corrompendo il mondo intero con il suo veleno, poi affronterà Thor, da cui sarà ucciso. Il Dio del Tuono morirà però poco dopo, ucciso dal suo veleno.

La fanciulla, la cui venuta al mondo coincise con la prima volta che la malattia colpì l’umanità, divenne per gli uomini il simbolo della disperazione e del dolore: il suo nome è Hel. Orribile a vedersi, perennemente in bilico tra vita e morte, tra rinascita e putrefazione, ha lo sguardo sempre rivolto verso il basso, ad indicare la terra, depositaria di cadaveri. Hel venne esiliata nelle viscere più profonde della Terra e gli Dèi ne fecero l’orripilante signora degli inferi; tuttavia lei ne fu soddisfatta e diede a Odino, come ringraziamento, i corvi Huginn e Muninn. Odino le conferì quindi l’autorità di gestire le pene ed i tormenti da destinare a tutti coloro che il Valhalla non avesse accolto: Hel divenne così regina dei morti senza onore, per malattia, incidente o vecchiaia, dei traditori, dei vili e dei criminali.

Loki incorre in una tremenda punizione per aver causato, tra le altre misfatte, la morte del Dio Balder: venne condotto in una grotta del Nifleheim e gli Dèi trasformarono uno dei suoi figli in un lupo famelico, che venne poi spinto a divorare un altro dei suoi figli. Con le budella del figlio sbranato fu poi forgiata una corda, usata per legare Loki a tre pietre appuntite. Un serpente, sospeso sopra la sua testa, faceva perennemente gocciolare veleno sul suo volto e lo avrebbe bruciato di continuo se Sigyn, sua devota moglie, non avesse raccolto le velenose gocce in un bacile. Tuttavia, quando il bacile è pieno e lei deve allontanarsi per vuotarlo, il devastante veleno brucia il viso di Loki, facendolo urlare e agitare: i suoi sussulti sono così violenti da causare i terremoti.

Loki rimarrà in questo stato fino al giorno del Ragnarok, quando si libererà e si schiererà al fianco dei giganti tra le schiere del male: combatterà infine contro il guardiano dell’arcobaleno, Heimdall, in uno scontro che li vedrà morire entrambi.

Thor, primogenito di Odino e Jordh, Dea della Terra, è il Dio del tuono e delle tempeste, il difensore di Asgardh costantemente impegnato a combattere giganti e a compiere imprese straordinarie. Queste caratteristiche di forzuto protettore degli Dèi contro esseri mostruosi gli fecero assumere le sembianze di Ercole nell’interpretazione di Tacito.

Thor è un guerriero formidabile, il più forte degli Asi, e ha tre tesori: dei guanti di ferro, una cintura che raddoppia il suo potere, e il martello Mjolnir, che ha il potere di tornare indietro dopo essere stato lanciato.

Il volto perennemente corrucciato del Dio è incorniciato da una lunga barba rosso cupo e dalla lunga chioma rossiccia, e i suoi occhi hanno lo stesso colore della brace ardente. Il tuono è il rumore che preannuncia la sua venuta, provocato delle ruote del suo carro trainato da due caproni, Tanngnjostr e Tanngrisnir. Una volta, spinto dalla fame, li uccise per cibarsene, ma li fece tornare in vita semplicemente appoggiando il suo martello sulle loro pelli.

I contadini lo venerano in quanto sposo di Sif, Dèa della fertilità; inoltre il suo martello è il simbolo del fulmine che precede le piogge, vitali per i raccolti. Thor vive con la sposa nel più grande palazzo di Asgardh, ma ha numerose relazioni con donne umane e gigantesse.

Durante il Ragnarok combatterà contro il serpente del mondo, una delle creature figlie di Loki: riuscirà ad ucciderlo ma morirà poco dopo a causa delle ferite subite.

Tyr, figlio di Odino e di Frigg, è il Dio della sapienza, della guerra e del diritto. In origine era il Dio più importante e potente, ruolo assunto poi nell’epoca norrena da Odino.

È il Dio a cui si rivolgono i guerrieri prima della battaglia, il nume tutelare di una giusta vittoria a cui chiedere protezione. Non è però il Dio di uno scontro esasperato e brutale, quanto il protettore della guerra intesa come ultima soluzione. È quindi anche Dio del diritto e della giustizia, vista non come conciliazione delle parti, ma come scontro armato. Come in un tribunale, infatti, i duellanti seguono un codice e si impegnano a riconoscere l’esito della disputa: il vincitore è dalla parte della ragione, e Tyr scrive con il sangue dello sconfitto la sentenza.

Come Odino, Tyr perde una parte del suo corpo, la mano destra. Fenrir, lupo figlio del Dio Loki, era diventato un pericolo troppo grande per gli Dèi, che decisero di incatenarlo. Tuttavia, tale era la forza e l’astuzia di Fenrir che per ben due volte riuscì a liberarsi dalle catene che lo imprigionavano. Odino decise quindi, avvalendosi delle arti magiche dei nani artigiani, di farsi preparare un laccio magico, all’apparenza fragile ma capace di imprigionare anche l’essere più forte, e sfidò Fenrir a liberarsene. Il lupo, astuto come suo padre, accettò la sfida, a condizione che uno degli Dèi mettesse una mano tra le sue fauci mentre veniva incatenato. Tyr non esitò, ma quando i tentativi di liberarsi di Fenrir fallirono egli perse la sua mano, tagliata dagli affilatissimi denti del lupo. Il sacrificio di Tyr permise però agli Dèi di incatenare Fenrir a una roccia e di porre tra le sue mandibole una spada, per torturarlo mentre cercava di liberarsi.

Alla fine dei tempi Tyr, già vittima di un lupo, sarà ucciso da Garmr, il cane guardiano degli inferi.

Balder è il Dio più bello e più puro di cuore, il figlio prediletto di Odino e Frigg, amato e rispettato da ogni creatura vivente. Il suo cuore non è mai stato intaccato dalle bassezze e dalle cattiverie che, talvolta, trovano posto tra gli altri Dèi: nei suoi gesti e nelle sue parole non si percepisce mai né l’arroganza né l’autocompiacimento, ma solamente una sconfinata modestia. A causa dell’invidia degli altri Dèi i suoi consigli, maturati sempre con serenità e conoscenza, non vengono mai ascoltati.

Sua madre Frigg sapeva che egli era destinato a una morte precoce e percorse tutto l’universo cercando di trovare un modo per non farlo ghermire dalla morte. Radunò quindi tutte le piante, gli animali e gli elementi del creato, imponendo loro un giuramento universale: mai nulla e nessuno avrebbe arrecato del male a Balder. Entusiasti alla notizia della sua invulnerabilità, gli Dèi per festeggiare iniziano a lanciargli qualunque oggetto, sicuri che nulla potesse più nuocergli. Loki, da sempre invidioso del buon Balder, si tramutò in donna mortale e parlò con Frigg, riuscendo con l’inganno a scoprire il punto debole del giuramento: il vischio non aveva giurato.

Loki raccolse quindi una pianta di vischio e si avvicinò a Hodr, il fratello cieco di Balder, che si era tenuto in disparte. Affermando di volerlo aiutare affinché partecipasse al gioco, gli consegnò la pianta di vischio, ora simile a una freccia, e lo aiutò a mirare: la pianta fu scagliata quindi verso Balder, trapassandolo e uccidendolo.

Da questa storia si comprende che Balder rappresenta l’incarnazione della pura innocenza, tradita dalla malvagità altrui, una proiezione mitica del pessimismo che caratterizza la visione del mondo nella cultura nordica.

Gli Dèi chiesero alla regina degli inferi di restituirgli la vita del Dio, ma ella pose una condizione: tutti gli esseri della terra, vivi o morti, avrebbero dovuto piangere, dimostrando effettivamente il dolore universale per la sua morte. Solo Loki, assumendo vigliaccamente le sembianze di una vecchia megera, non pianse, condannando Balder a restare nel regno dei morti. Uno degli appellativi con cui è più conosciuto Balder, che meglio riassume la tragicità di tutta la sua esistenza, è proprio “Dio delle lacrime”.

Heimdall è il custode di Asgardh e Bifrost, il ponte arcobaleno che collega il cielo e la terra, Asgardh con Midhgard, che gli uomini possono ammirare solamente dopo le tempeste.

Egli vigila instancabile e, come Odino, ha ricevuto un grande potere privandosi di una parte del suo corpo: ha tagliato e seppellito una delle sue orecchie sotto Yggdrasil, ricevendo in cambio una vista e un udito finissimi, capaci di avvertire ogni minaccia nell’universo.
È il possessore del corno magico Gjallarhorn, con cui può chiamare e avvertire gli Dèi in caso di attacco. Durante il Crepuscolo dagli Dei questo corno risuonerà, grave e penetrante, in tutti i 9 mondi, chiamando allo scontro finale le forze del bene contro quelle del male. Heimdall assisterà al crollo di Bifrost, frantumato dai distruttori dell’universo, e combatterà contro Loki. Riuscirà ad ucciderlo e suonerà ancora il suo corno per un’ultima, breve volta, prima di morire per le ferite riportate con l’immagine della fine dell’universo impressa negli occhi.

LEGGI ANCHE:

MITOLOGIA NORRENA: INTRODUZIONE

MITOLOGIA NORRENA PARTE PRIMA: LA CREAZIONE

MITOLOGIA NORRENA PARTE SECONDA: I NOVE MONDI

MITOLOGIA NORRENA, PARTE QUARTA: VALHALLA E HEL

MITOLOGIA NORRENA, CONCLUSIONE: IL RAGNAROK

Åsgårdsreien del pittore norvegese Peter Nicolai Arbo

Per scrivere questo articolo l’autore ha consultato questi libri, tutti abbastanza facilmente reperibili su internet:

  • Gods and myths of Northern Europe di H. R. Ellis Davidson;

  • I miti nordici di Gianna Chiesa Isnardi

  • The Norse Myths di Kevin Crossley-Holland;

  • Miti e leggende nordiche di Salvatore Tufano;

  • An Introduction to Viking Mythology di John Grant;

  • l’Edda di Snorri Sturluson;

  • Miti e leggende del nord di Vilhelm Grønbech.

Un commento su “MITOLOGIA NORRENA, PARTE TERZA: GLI DÈI

  1. tiziana santoni
    novembre 11, 2016

    complimenti per i contenuti chiari e di gradevole lettura, nonostante la complessità, mio figlio è un appassionato di cultura Epica e questi articoli sono stati molto utili, grazie ancora
    tiziana e neil

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