Norvegiani

"Farai e disferai in continuazione il tessuto della tua vita, in attesa di trovare la sola esistenza che ti possa appartenere davvero”.

Felici da morire: la questione suicidi.

Questo post nasce con una settimana di ritardo. Lo scorso week-end sono stata viziata da due giorni di sole, con 20 gradi costanti, e da una meravigliosa gita a Brusand (vedi post). Come potevo, circondata da acque cristalline e da gente che saltellava felice in costume da bagno, scrivere di suicidi?

Oggi il caldo è sparito, siamo tornati ai classici 13 gradi, dalla finestra vedo solo il cielo grigio e l’oceano, dello stesso colore. Non vedo norvegesi felici nell’arco di un chilometro, anzi, non vedo nessun norvegese e, se lo vedessi, non credo sarebbe felice perché sarebbe a mollo nelle acque gelide dell’oceano.

Quello dei “norvegesi-gente-triste” è un tormentone che non passa mai di moda e si presenta abbastanza spesso quando parlo della Norvegia con amici italiani. Tipica discussione:

  • LUI: “ eh si, è tutto efficiente lassù, ma fa freddo”.
  • IO: “si, l’inverno norvegese è freddo, ma anche quello piemontese non è caldo”.
  • LUI: “è difficile socializzare, noi mediterranei siamo gente solare”.
  • IO: “è più difficile per uno straniero socializzare con gli italiani: se non sa la lingua, qui in Norvegia almeno può parlare inglese”.
  • LUI (FRASE JOLLY): “ma sono gente triste, fa sempre buio, SONO QUELLI CHE SI SUICIDANO DI PIÚ AL MONDO”.
  • E IO non rispondo.

La verità è che detesto parlare di morte. Sono una di quelle persone che provano angoscia profonda al pensiero di bare, tombe e funerali. Citando Woody Allen, “non è che ho paura di morire, è che non vorrei essere lì quando succede”. Ora però sono stufa di accettare questa verità non confermata, questa leggenda internazionale, senza poter replicare. Districandomi tra classifiche internazionali e rapporti del World Health Forum, ho cercato di capire quanto effettivamente i miei vicini di casa nascondano, dietro al sorriso con cui mi salutano, una voglia tremenda di farla finita.

L’Organizzazione Mondiale per la Sanità redige ogni anno una classifica dei paesi per numero di suicidi, utilizzando come dato di riferimento il numero di suicidi annuali per ogni 100.000 abitanti. Le statistiche sono basate sui rapporti ufficiali di ogni paese che, purtroppo, non sempre sono aggiornati allo stesso anno.

Al primo posto troviamo la Corea del Sud, con 31.7 suicidi ogni 100.000 abitanti. Dobbiamo scendere molto più in basso nella classifica per trovare i primi scandinavi: i cugini Finlandesi si posizionano al 19° posto, mentre gli svedesi si trovano al 23°.

Curiosamente, però, al 24° posto troviamo la Francia. In barba a tutte le teorie sulla proporzionalità tra oscurità e suicidi, i francesi dimostrano che, evidentemente, tanto sole, un ottimo vino e una marcata presunzione, in certi casi, non sono sufficienti per vivere felici. Sono la prima a dire che la vita sia migliore con tanto sole, ma questo non vuole assolutamente implicare che la sua mancanza sia sufficiente a spingere la gente al suicidio! A conferma di ciò, la Norvegia si trova 11 posti più giù della Francia, 4 posti dopo la torrida Cuba, alla 35° posizione, seguita dalla Danimarca alla 36°.

L’istituto di salute pubblica norvegese registra annualmente i tassi di suicidio e ne analizza meticolosamente le cause, per prevenire e limitare il più possibile i futuri tentativi. Ogni anno in Norvegia, su una popolazione totale di 5 milioni di abitanti, si registrano circa 530 suicidi: 150 donne e 400 uomini.

Non finisce qui: la rivista americana Forbes ha redatto la classifica dei paesi più felici al mondo, e i norvegesi risultano al primo posto, affiancati sul podio da danesi e svedesi.

La classifica si basa sull’indice di prosperità, che tiene conto non solo del benessere economico, ma anche e soprattutto, di altri fattori: società civile, stabilità delle istituzioni, libertà di espressione, livello medio di accesso all’istruzione, percezione di sicurezza.

Insomma, dati alla mano, da dove arriva questa teoria dei norvegesi dal suicidio facile, così globalmente popolare?

Tra i primi a parlare di suicidi in Scandinavia troviamo, alla fine dell’800, il sociologo francese Émile Durkheim. Egli ha analizzato la differenza tra i suicidi nelle popolazioni cattoliche e protestanti, concludendo che il maggiore controllo sociale del cattolicesimo comportasse un ammontare nettamente inferiore di suicidi. La Scandinavia, in quanto paese protestante e con regole sociali meno conservatrici, aveva quindi, secondo Durkheim, tassi più elevati di suicidi.

Tuttavia, il merito della diffusione globale dell’idea degli alti tassi di suicidio scandinavi spetta soprattutto agli Stati Uniti d’America.

Negli anni ’60 il presidente Eisenhower ha parlato dei rischi derivanti dall’adozione di un welfare state pubblico, prendendo come termine di riferimento la Svezia: secondo questo discorso, il “socialismo” era un fallimento clamoroso e gli alti tassi di suicidio svedesi ne erano la dimostrazione.

Si è dimenticato di dire, però, che la Svezia di allora era uno dei pochi paesi al mondo in possesso di dati relativi ai suicidi. Non avendo all’epoca termini di paragone rispetto ad altri paesi, quindi, risultava difficile stabilire se si trattasse di dati effettivamente elevati.

Questo dato volutamente male interpretato si è così perpetrato nel tempo, evolvendosi allo status di verità non solo svedese, ma scandinava: se da quelle parti tutti hanno freddo e fa buio, ne consegue che sono tutti socialisti dalle forti tendenze suicide!

Paradossalmente, gli Stati Uniti di Eisenhower, così timorosi del welfare state pubblico, risultano oggi al 34° posto nella classifica dei paesi per tasso di suicidi, prima della Norvegia. Inoltre, per la prima volta da anni, sono usciti dalla Top Ten della classifica dei paesi più felici al mondo.

Per chi avesse voglia di controllare tali dati (che ovviamente variano da classifica a classifica), vi indirizzo alle fonti che ho usato io:

Forbes: www.forbes.com

World Health Organization: http://www.who.int/en

Ovviamente altri studi danno dati diversi: ad esempio, il Washington Post prende in considerazione lo studio della Organization of Economic Cooperation and Development, che piazza gli Stati Uniti al 6° posto al mondo per qualità della vita.

OECD: http://www.oecd.org/

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Pensieri suicidi?

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10 commenti su “Felici da morire: la questione suicidi.

  1. solounamatricola
    giugno 17, 2013

    Ho lavorato con questi dati la prima settimana di lavoro qui: cercavamo “numeri” che identificassero la Norvegia, e fra i quantitativi di snus e di salmone importato m’è venuto in mente…il tasso di suicidi. E ho sfatato a me stessa lo stereotipo, esattamente come hai avuto modo di spiegarci qui! Grande!!!

  2. Patrizia
    settembre 20, 2013

    http://www.ccdu.org/comunicati/348-suicidi-e-omicidi-aumento-larma-del-delitto-una-pillola
    Quí troverete alcune risposte del perché del suicidi etc, il sole centra poco o niente! Patrizia

  3. Patrizia
    settembre 20, 2013

    Scusate non mi sono presentata mi Chiamo Patrizia e abito in Danimarca da diversi anni, precisamente a Copenhagen, se volete fatemi domande riguardo a questo argomento, cari saluti.

  4. noiduenelmondo
    ottobre 20, 2013

    Non sopporto la leggenda dei suicidi nei paesi Scandinavi come anche il marchio che gli viene assegnato di ‘gente triste’ ! Bugia assoluta … ho girato la Norvegia in lungo e largo e posso dire che le persone non sono affatto così ! Inoltre quando ho gestito un B&B ho avuto ospite una coppia di Norvegesi circa 30anni, due persone stupende, felicissimi, lui quasi poteva fare il comico da quanto era simpatico e sullo scherzo, lei pure, due molto in gamba, estremamente colti e perbene.
    Che altro dire ? Andate e verificate con i vostri occhi anzichè stare là a ripetere la solita solfa …
    Ecco, e ora un saluto alla scrittrice del blog e a Bergen dove ho assaggiato la carne di balena :D:
    dancer

    • biancamilla
      ottobre 20, 2013

      Grazie per aver condiviso la tua esperienza! Gli stereotipi culturali sono nati per evitare di dire “non lo so”. IL mondo è un caleidoscopio di differenze: nascondersi dietro i preconcetti toglie il piacere di scoprirle. 🙂

  5. Mirco Høyninger
    ottobre 19, 2014

    Se ogni anno in Norvegia si suicidano 150 donne e 400 uomini, si capisce da sé che c’è un enorme divario tra i due sessi anche in fatto di suicidi. Basandomi puramente su questi dati, mi vien da pensare che la Norvegia non sia un bel posto per gli uomini: il legittimo sospetto in questo caso è che siano meno tutelati delle donne, e sicuramente molto più lasciati soli delle donne, visto che per 150 suicidi femminili ben 400 sono maschili! Il suicidio, come sappiamo tutti, è quasi sempre un atto estremo che è il risultato di un profondo malessere di cui nessuno si occupa. Non è sempre il risultato di una malattia mentale. La persona in questa grave situazione di angoscia acuta finisce per togliersi la vita perché lasciata sola, incompresa, nel menefreghismo generale di tutti, Stato compreso, altrimenti non ci sarebbe un enorme divario tra uomo – donna in fatto di suicidio!

    Mi viene spontaneo dire quindi che la Norvegia con tutte le sue eccellenze nasconde una situazione maschile molto disagiata mentre c’è molto più riguardo e protezione per le donne. Non venitemi a dire che gli uomini si suicidano molto di più delle donne perché sono “tutti più deboli” o altri luoghi comuni simili, perché noi uomini siamo ancora quelli che fanno i lavori più pericolosi e pesanti, lavori che le donne (generalmente) rifiutano con la scusa che non hanno la nostra stessa forza muscolare, scusa che è lecita fino ad un certo punto (edilizia, miniera, cantieri navali, etc, in realtà c’è molto lavoro per le donne anche in questi settori molto importanti).

    Anche in Italia sappiamo che il tasso di suicidi degli uomini è molto più alto di quello delle donne, ma il nuovo trend a tamburo battente sui media è quello di dipingere l’Italia come un Paese di assassini e di stupratori, senza dare risalto a tutti i crimini femminili commessi sia su altre donne che su uomini e bambini, in aggiunta, senza contare nemmeno quei reati sommersi in cui si immagina volutamente che le donne non possano mai compierli “per natura”, come il dramma della pedofilia femminile di cui nessuno osa discutere. Bisognerebbe riflettere (almeno una volta nella vita) su questi dati e smetterla di fare finta di niente, perché è quello che si sta facendo tutt’ora in Italia per esempio, ed io che ci vivo lo vedo tutti i giorni.

    Quando il tasso di suicidi maschili è nettamente superiore a quello femminile, significa che c’è un gravissimo malessere sociale maschile e la causa base di tutto ciò è la mancanza di ascolto per quanto riguarda tutte le problematiche maschili. In Italia non abbiamo ancora un centro antiviolenza per uomini, ci sono solo per le donne e ancora oggi un uomo che denuncia la violenza subita da una donna (anche quella psicologica) non ottiene ascolto ma soltanto delle grasse risate, e quel che è peggio è che le risate provengono anche dagli altri uomini che invece di essere solidali e comprensivi con i loro simili li deridono anche, per questioni “culturali” (senza parole!). C’è un grave problema culturale io direi! Non sono qui per fare polemiche, ma per invitare (dati alla mano) ad una sana ed onesta riflessione che parte dalla coscienza e dalla propria onestà intellettuale, visto che i dati sono molto eloquenti.

    Cordiali saluti.

    • biancamilla
      ottobre 21, 2014

      Concordo in parte. La violenza sulle donne è un argomento di cui si parla molto, un fenomeno allarmante e palese: un corpo straziato dalle coltellate è difficile da ignorare. La violenza di cui parli tu, che rovina la vita di molti uomini, è più subdola e celata. Non credo siano molti i casi di uomini presi a padellate (ironizzo per alleggerire un tema drammatico) dalle loro compagne; sono molti però quelli umiliati, vessati e pressati a livello psicologico. Inoltre, credo ci sia una maggiore difficoltà maschile nell’espressione del disagio: dovete essere forti, vi hanno detto, tenere per sè i problemi sempre. Noi donne, invece, i problemi li analizziamo-scomponiamo-discutiamo in modo quasi nevrotico. Questo, però, evita più spesso in noi la formazione di quel disagio latente, quel malessere che cresce fino a trasformarsi in alcuni casi nel desiderio di farla finita. Questa è la mia personale interpretazione, basata sulla mera osservazione, senza pretese di verità.

      • Mirco
        ottobre 30, 2014

        Si, è un problema culturale alla fine quello sul fatto che gli uomini tendano a tenersi tutto dentro. Se è vero che le donne non fanno una carneficina di uomini (ma di di casi di donne che accoltellano a morte uomini ne abbiamo pure), è purtroppo anche vero che a livello psicologico, sopratutto dentro le mura domestiche, si cela una violenza inaudita di cui i media si rifiutano di parlare (evviva le “pari opportunità!”). Gli uomini vengono cresciuti insegnando loro ad essere forti sempre e comunque, a non parlare mai con nessuno degli eventuali soprusi subiti, specialmente se li hanno subiti da una donna. Ancor peggio è il fatto che il concetto di “virilità” coincida con quello di “impossibile subire violenza da una donna”, concetto che viene meno danneggiato se la violenza un uomo la riceve da un altro uomo. Anche per questo gli uomini sono portati a tenersi tutto dentro e a non denunciare mai, altrimenti verrebbero derisi (ahimé) persino dalle nostre istituzioni che non prevedono nemmeno degli sportelli anti-violenza maschili. Soprattutto per questi motivi si ha l’impressione che non esista un disagio maschile, perché i primi a non volerne parlare sono proprio le vittime. La cosa grave è che la violenza femminile in Italia non viene considerata per niente, mentre la violenza sulle donne viene considerata più grave della violenza sugli uomini (quando non ci sono da fare distinguo, la violenza è un fatto gravissimo a prescindere da chi la subisce).

        Questa è una cosa grave perché viola un principio sacrosanto che è quello dell’uguaglianza. Inoltre da noi nessuna trasmissione parla e drammatizza (come giustamente occorrerebbe fare) sulla questione suicidi maschili che sono anche nel nostro Paese di gran lunga superiori a quelli femminili. è chiaro quindi che tutto ciò è sintomo di un grave disagio maschile di cui nessuno si occupa, o meglio si vuole occupare. Curiosamente nei programmi TV italiani fa molto rumore il suicidio di una ragazza mentre quello di un ragazzo no. Stiamo dunque scivolando dentro il baratro della discriminazione sessuale e nell’uso dei “due pesi e due misure” a seconda del sesso trattato. Spero che in Norvegia tutto questo non ci sia, almeno lì da voi dove tu stessa hai descritto in breve un Sistema Paese che a me piace. Non so quando l’Italia capirà che la vita di una donna e quella di un uomo hanno pari valore. Per ora c’è una forte discriminazione in atto che peggiora man mano. Io spero che quanto prima si prenda la retta via.

        Abbiamo costituito comunque tanti gruppi formati da uomini e da donne che sono fortemente uniti sotto il concetto che “la violenza è un fatto grave per tutti, non c’è una violenza peggiore ed una migliore” e abbiamo tante donne che hanno preso a cuore la condizione maschile e lottano per affermare una giustizia alla pari, senza discriminazioni. Allo stesso tempo anche molti uomini lottano affinché tutte le discriminazioni rimaste sulle donne siano eliminate, perché è anche vero che esistono ancora ambienti in cui le donne italiane non vengono trattate in modo giusto. Questi sono esempi molto positivi che lasciano ben sperare che anche noi ci riprenderemo prima o poi da questo buio della ragione. Peccato però che le istituzioni italiane attualmente siano in mano a gente che fa di tutto per creare discriminazione sessuale. Io invece faccio parte di gruppi di uomini e di donne che lottano insieme per superare ogni tipo di discriminazione, sia essa a danno degli uomini che delle donne.

        Grazie per aver condiviso questa conversazione con me sul delicato tema e ti mando un caloroso saluto dall’Italia. Spero quanto prima di poter venire a fare un giretto in Norvegia, una terra che assieme alle altre terre di origini germaniche sogno da quand’ero piccino. 🙂

  6. Heidi Jansen
    giugno 12, 2017

    Quello che ho sempre sentito io secondo le tasse di suicido nel mio paese, è che le donne usano altri metodi che sono meno sicuri, mentre gli uomini usano metodi come fucili. Se si guardi i tentativi di suicidio, sono molto più donne che uomini.
    Scusate gli (eventuali) errori nell’italiano. 🙂

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