Norvegiani

"Farai e disferai in continuazione il tessuto della tua vita, in attesa di trovare la sola esistenza che ti possa appartenere davvero”.

Un anno norvegiano

E’ da circa un mese che mi ripeto la stessa frase: devo scrivere un post. Ci ho pensato ogni mattina, pedalando verso la fermata del bus con il vento fresco che soffia in direzione opposta. E mi sono riproposta di farlo ogni sera, quando la brezza più leggera del tramonto mi riaccompagna verso casa alla fine di un’altra giornata tra i bambini. Oggi, approfittando della mezz’oretta di pausa, mi siedo in un ufficio vicino alla stanza relax occupata dalla riunione insegnanti e mi decido ad aprire un file di word. Le parole sono pronte in testa da un bel pò, è ora di farle sfilare ordinatamente sullo schermo del pc.

Ho compiuto il mio primo anno norvegiano. Dodici mesi da quei primi incerti passi in un mondo linguisticamente parlando incomprensibile e, climaticamente parlando, ostile. Come ho sempre pensato, l’essere umano è un efficiente batterio e io non faccio eccezione: mi sono adattata. Cosa è cambiato:

La lingua. Capisco. Beh, non tutto, ovviamente. Il mio livello comunicativo è paragonabile a quello di un bambino di cinque anni. Per me è un buon traguardo. Non dispongo di sinonimi (grosso limite) e non posso addentrarmi in argomenti troppo complessi, ma sopravvivo e gestisco dignitosamente la vita quotidiana. Tranne quando mi chiedono: “Cos’ è successo in Italia alle ultime elezioni?”; in tal caso sorgono problemi anche a volerlo spiegare nella mia lingua (soprattutto senza l’aiuto delle parolacce).

La regola CLC. Ebbene si, mamma, prima o poi doveva succedere. Hai insistito per anni e ora, finalmente, ti dò ragione: quando fa freddo bisogna vestirsi a cipolla. Metto nero su bianco ciò che il vento del nord mi ha fatto capire a forza di piedi gelati, mal di pancia e disagi vari. CLC sta per cotone, lana, cotone, ovvero la giusta combinazione di tessuti per poter stare all’aria aperta a lungo senza subire conseguenze. I collant di lana e canotte, un’accoppiata snobbata per tutta l’adolescenza causa “fa-poco-figo”, si è rivelata ora una preziosa alleata. Ho anche sviluppato una dipendenza dalla caldissima triade sciarpa-guanti-cappello che, unita alla combo CLC, consente di sostituire al piumino (siamo a marzo, insomma) un giubbotto di pelle. Almeno dall’esterno dò l’idea di sopportare molto bene il freddo.

La sopravvivenza infantile. I bambini possono arrampicarsi sugli alberi, a patto che non vengano aiutati dagli adulti: è importante che imparino i propri limiti. In compenso, io ho imparato presto i miei limiti di sopportazione allo spettacolo di piedini che ondeggiano nell’aria e di cappucci delle giacche incastrati nei rami. L’istinto di salvataggio scatta nel momento stesso in cui il pargolo si avvicina all’albero e inizio immediatamente a pensare a un’attività alternativa che lo allontani dal pericolo. Se ci si abitua alle merende all’aperto con due gradi, al sapone dei piatti versato nelle pozzanghere “così se salti nell’acqua fai le bolle” e ai vestitini rosa polvere delle bambine che gradualmente virano al grigio scuro nel corso della giornata, rimane costante lo stupore al momento del pisolino dei più piccoli. Dopo pranzo i bambini di uno e due anni indossano abiti di lana molto pesante e vengono posti all’interno di una trapunta da carrozzina che si chiude come il bozzolo dei bachi da seta. Una coperta di lana oscura dai raggi del sole perché, qui viene il bello, i piccoli dormono fuori. Tutto l’anno, con qualunque clima: se piove, si copre la carrozzina con un telo impermeabile. Strano a dirsi, eppure sono tutti vivi. Il naso cola perennemente, è vero, ma non ci sono influenze più intense di quelle che affliggono i bambini che dormono nel lettino.

I pasti norsk. La colazione resta inviolata, caffelatte e biscotti non verranno MAI sostituiti da pane e sgombro al pomodoro accompagnato da latte freddo. Il pranzo è stato spostato dalla routine lavorativa alle undici di mattina, facendomi lentamente scivolare in un altro classico norvegese: il middag, ovvero la cena delle cinque. Per forza, qualche fetta di pane e formaggio/burro/prosciutto/sgombro a un’ora che per me NON è pranzo, rende impossibile giungere all’ora della MIA cena (ore venti circa) senza prima mangiare qualcosa. Ciononostante, non mi arrendo: alle cinque mangio poco e conservo l’appetito per il bel pasto completo della sera, italian style.

I progressi sono stati tanti e il mondo che mi circonda lo percepisco un pò più mio: sperimento e mi guardo intorno con curiosità, consapevole che c’è ancora molto da imparare. Mi tengo il diritto di non assimilare tutto e di conservare alcune vecchie certezze. Sono o no una norvegiana?

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9 commenti su “Un anno norvegiano

  1. Carlotta Mariani
    marzo 23, 2013

    Ecco io vorrei imparare il norvegese… hai per caso un testo di riferimento o una scuola da consigliarmi?

    • davide
      marzo 24, 2013

      Più comodamente, anche se con un certo costo, puoi utilizzare due strumenti come
      http://www.my-language.com/it/home
      oppure
      babbel.com, che di recente ha introdotto anche il norvegese
      visitando i siti potrai farti un’idea della validità di ognuno
      Ciao
      davide

      • alex
        marzo 27, 2013

        prova col traduttore google è gratuito e puoi scegliere tutte le lingue che vuoi, però ho notato che ci sono 2 tipi di norvegese qual’è quello giusto?

      • biancamilla
        aprile 1, 2013

        Il norvegese che si studia a scuola e che tutti conoscono è il bokmal. Il nynorsk è una variante più recente, usata principalmente nella forma scritta.

    • biancamilla
      aprile 1, 2013

      La folkeuniversitetet è presente in tutte le maggiori città norvegesi e offre corsi di lingua tutto l’anno sia al mattino che alla sera. I corsi costano circa 3800 corone (500 euro) e hanno durata bimestrale. Per quanto riguarda i testi, ti consiglio “På vei” come inizio e “Stein på stein” per continuare, sono quelli utilizzati a lezione. Lykke til!

  2. TaoistMovies
    marzo 23, 2013

    Ahaha!Mi riconosco al 90% in tutto cio’ che ci hai rendicontato!

  3. Francesca Alviani
    aprile 4, 2013

    Io mi accingo al mio 3° anno di vita stabile in Norvegia, più un altro anno fatto prima. Anche io ero rimasta traumatizzata dall’asilo, onestamente non mi piace come sono organizzati…le attività che fanno fare ai bambini sono troppo riduttive. Non vorrei sbagliarmi ma credo che l’asilo in Italia sia organizzato un pò meglio, o almeno diviso per classi di età.

  4. Gianluca Orlandi
    aprile 6, 2013

    Oddio, pane e sgombro al pomodoro con latte freddo?! In confronto la colazione inglese è alta cucina! 🙂

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